Incontro con la madre

Era notte quando giunsi, con i miei prodi e fidati compagni d’armi e di legami, ai piedi dell’Ade… un luogo di incubo, un luogo, che non puoi evitare e nemmeno lo sguardo di un proprio caro può colmare il funestante e inesorabile vuoto in cui io mi avvio alla ricerca dei consigli del grande Tiresia… un sognatore indomabile.

Vidi, di fronte a me, una voragine di dimensioni abnormi dove vi erano stalattite appuntite, mentre dalle polveri e dai fumi incandescenti, dal calore di un calderone, ascendevano pigramente al cielo come dei serpenti, che strisciano sulla sabbia avanzando verso la preda… indisturbatamente.

Sentii un mal di testa ruggente, che funestava la mia coscienza. Il mio viso si contrasse. Il cuore si fece pesante e i battiti erano come dei macigni, che si schiantavano a terra…

I muscoli si irrigidirono. Le gambe divennero molli come dei piccoli fili invisibili e modellabili come la ceramica.

Iniziai ad avere paura, una paura tale che non sarebbe bastato un colpo di spada per farla cessare. Ma con un coraggio adrenalinico e con una forza di volontà, cui solo Achille poteva competere, varcai con i miei compagni, il confine tra ciò credevo reale e ciò che pensavo che fosse la mia fine e la fine di tutti gli uomini… la prima e l’ultima morte. Ma prima di avanzare eseguì le istruzioni che la maga Circe mi impose- “prima latte e miele, poi vino dolce, infine acqua”, per compiere una libagione ai morti. Poi mi ricordai di sacrificare e sgozzare dei montoni neri, affinché il sangue nero potesse essere odorato dai morti e far prendere loro conoscenza.

Dissi a un mio compagno di pormi una torcia, in modo da illuminare il mio guardingo e macabro cammino.

Ci attaccammo delle corde alla vita e calammo giù sempre più in basso, eravamo sempre più legati alla vita, come un alpinista che fa affidamento sulla sua piccozza…

Appena posammo i piedi sulla roccia fredda e insensibile, un vento tagliente e aguzzo ci colpì e sfigurò la fiamma. Poi… silenzio… ancora più silenzio… un silenzio tombale. Sentii i tonfi di alcuni corpi, forse alcuni miei compagni, che si accasciarono, sprofondati in un sonno eterno. Io ebbi paura… una paura simile a un lupo, che mentre sei girato dall’altra parte ti colpisce alle spalle e ti aggredisce, senza lasciarti il tempo di urlare…

Indietreggiai senza orientamento, senza una meta…
In seguito un brusio proveniente dalla mia protettrice Atene o dal mio cuore mi sussurrò – “ O Odisseo, che fai? Ti arrendi ? ” – All’improvviso appiccò un fuoco dentro di me. Un fuoco, che nel mio petto prese dimora, un fuoco incessante e funestante verso il buio… una colonna di fuoco. Subito non ebbi più paura e mi sentii carico ed errante, pronto a combattere. In me stava nascendo quello spirito guerriero centenario, che un momento prima era sepolto nelle ceneri della mia nebbiosa coscienza. Mi inoltrai sempre più… indisturbatamente… travolgente… letale.

A un certo punto mi ritrovai in un androne molto antico; nel pavimento erano incastonate delle lastre muschiose e arcaiche, mentre in lontananza, non sapevo come, intravedevo montagne annebbiate, dove si susseguivano pianure, colline e fiumi. Ma le pianure non avevano erba né arbusti e le colline erano ricoperte interamente da sassi appuntiti e pesanti, mentre nei fiumi vi era un’acqua malsana e nera.

Sentii un affogamento, allucinazioni e una nausea abbominevole. Inaspettatamente udii dei gridi, dei gemiti e dei lamenti, che mi angosciavano, che mi rendevano pazzo e incapace di pensare. Un grido agonizzante mi fece crollare a terra. In quel momento strinsi i pugni e i denti come se dovessi combattere contro una forza terribile, agonizzante e persi i sensi. Mi risvegliai circondato da una schiera di anime o venti somiglianti a delle figure umane. Esse erano spente, con occhi simili a delle orbite e con vestiti tutti strappati.

In mezzo a loro c’era Achille… teso… triste… infelice, con due occhi senza sopracciglia e ciglia; una pelle pallida, se così possiamo chiamarla, e una corazza tutta ammaccata e arrugginita. Parlai con lui… parole tese… obbligate a uscire dalla bocca… morte. Tra la folla vidi Tiresia… il mio salvatore, poiché grazie ai suoi consigli sarei riuscito senz’altro a tornare a Itaca… la mia Itaca.

Lui si avvicinò a me, con un passo guardingo e con respiri affannanti…

Mi rivelò preziosi consigli sul viaggio di ritorno, ma poi il mio sguardo, già sconvolto, si voltò, per inquadrare una figura fioca, fragile e innocente. Mi avvinai ed era… mia madre.

Delle lacrime inesistenti spuntarono nel mio viso come la prima goccia della prima pioggia, in un momento di speranza, accarezzava il deserto. Un sorriso infantile spuntò nella mia faccia. Piangevo di gioia…

Era come se avessi visto la mia luce, anzi l’avevo appena vista. Non credevo ai miei occhi…

Pronunciai…

  • “O madre mia cosa ci fate qui… questo posto non è degno di voi?” –
  • “O figliolo finalmente ci vediamo… ti ho aspettato così tanto…” –
  • “Madre non ti deluderò, ne ora né mai” –piangevo.
  • “Oh figliolo non piangere… la colpa non è tua” –
  • “Invece si! Sono stato io a partecipare a quella stupidissima guerra e per che cosa? Per essere separato dalla mia famiglia… e da te?” –
  • “Il Fato fa brutti scherzi. Non fartene una colpa…” –
  • “Mamma come sta papà?” –
  • “Lui sta vivendo un brutto periodo… sta affrontano la vecchiaia .… da solo” –
  • “Mi dispiace…”

Rammentai i bei tempi passati, con lei. Quando le rubavo i vestiti, poi li nascondevo, si sentiva subito un’esclamazione “Ulisse!” e mi facevo quattro risate. Ah… come non dimenticarlo…

Lentamente la figura di mia madre stava scomparendo come quando, in una notte d’inverno, ti addormentavi accanto al camino, aspettando che l’amica e fautrice fiamma svanisse…

  • “O figlio mio non so dove andrò o se svanirò, ma sappi che ti amo e ti amerò e che sarò con te e con tuo padre, per sempre.” –
  • “O madre io non fatto nulla, per salvarti… m-mi dispiace.”-

Cercai di abbracciarla, ma ormai era solo vento, era un nitido ricordo, solo un nitido ricordo…

Daniele Cataudella

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