Sul manga giapponese: un elogio

Ringrazio vivamente tutti coloro che, con la loro benevolenza e disposizione di venire a conoscenza dello sconosciuto, mi permettono di discutere di ciò che può essere definito come un particolare genere letterario, amato da molti, sconosciuto ad alcuni. Mi accingo a trattare di quell’antica tradizione, perpetuata ormai da secoli, appartenente alla cultura di un popolo, lontana dal nostro consueto immaginario, una cultura inusitata che si fa scoprire pian piano e che affascina, seducendo gli amanti del nuovo e dello sconosciuto, dell’insolito e dell’intentato.

Mi auguro che le mie parole non siano di un tale basso livello da render meno ragguardevole il punto focale del mio discorso: il manga. Principalmente auspico a far sbocciare in voi, miei cari ascoltatori, un interesse tale da spingervi ad approssimare la vostra attenzione a questa nuova realtà.

Comincerò con il narrare le origini. La culla del manga è il Giappone, il Paese del Sol Levante, e le prime attestazioni si ebbero intorno al 1600; in questo periodo erano molte le rappresentazioni a carattere religioso collocate nei templi, la loro diffusione tra la popolazione si ebbe per mezzo di tavole di legno solo agli inizi del XVIII secolo.

Intorno al 1815 il pittore Hokusai Katsushika coniò il termine manga, combinando gli ideogrammi di man = buffo e ga = immagine, che impiegò come intitolazione di una raccolta di suoi disegni satirici. Infatti il termine significa proprio “immagini derisorie, divertenti”. Solo con il mangaka Kitazawa Rakuten, termine che indica l’autore di fumetti, agli inizi del Novecento il termine manga venne impiegato, per la prima volta, in riferimento ai fumetti di oggigiorno.

Benché Hokusai non fu il primo mangaka che identificò propriamente il manga, è come se ogni cosa avesse avuto inizio dalla sua meravigliosa xilografia conosciuta con il titolo The Great Wave of Konnagawa, che mostra in modo straordinariamente elegante, minacciose ed enormi onde con a sfondo il Monte Fuji.

Anche chi non è legato a questa cultura, alla sola vista di questa immagine, è subito trascinato, come dalla corrente delle stesse onde che si proiettano negli occhi, nel travolgente mondo che riconduce ai manga. Ciò che li rende particolari sono proprio le loro caratteristiche, così vicine, ma così lontane da quelle dei fumetti occidentali. Infatti il verso di apertura della pagina è da sinistra verso destra ma le vignette si leggono da destra verso sinistra.

La disposizione delle vignette, inizialmente, potrebbe turbare il lettore occidentale, ma il filosofo Cartesio sosteneva che l’abitudine è fondamentale per superare le passioni, e anche qui l’abitudine ha un suo ruolo essenziale che porta, addirittura, ad avere la percezione che non esistano altri metodi di lettura.

Il manga giapponese e i fumetti occidentali divergono su più punti, ma ciò che sta alla base delle loro dissimilarità è l’importanza e l’attenzione che il manga pone sulle emozioni e sull’introspezione psicologica dei personaggi, infatti i Giapponesi sono un popolo profondo per definizione, quasi come gli antichi Greci.

È questo il primo requisito che attira i lettori, accomunati dal desiderio di leggere ciò che li riguarda o che riproduca i loro pensieri. Il tutto riporta alla frase di Eijiro Shimada, editore di alcune riviste di manga e organizzatore della Kodansha Morning International Manga Competition: «Il manga è qualcosa che descrive in modo vivido e profondo gli esseri umani».

Spesso si preferisce scrivere i testi dei manga a mano; questa pratica possiede una così grande importanza che, si tende a conferire un maggior valore impiegando materiali realizzati appositamente per questo tipo di fumetto, ad esempio pennini con varie modulazioni o fogli riquadrati in ciano, colore non visibile in scansione bianco e nero.

Infatti, comunemente, le tavole manga sono rappresentate in tali colori. Potrebbe sembrare una grave mancanza, ma in realtà vi è una motivazione ben più profonda della semplice convenienza: il non-colore permette di stimolare maggiormente l’immaginazione del lettore, già stuzzicata dal solo spunto visivo che non fornisce né movimenti, né suoni reali. Qualora il manga riscuota un grande successo viene realizzato un adattamento anime, cioè una loro trasposizione animata.

Con un anime, dunque, tutto ciò che l’immaginazione ha costruito attraverso la lettura, colori, voci dei personaggi, suoni, assume la qualità del reale. Al contempo il manga stesso assume un’importanza maggiore poiché ha avuto una sua realizzazione suscitando più interesse e emozioni negli animi dei lettori.

Si potrebbe continuare a discorrere all’infinito del valore che il manga, e soprattutto la cultura giapponese, possiedono tuttavia mi auguro, miei ascoltatori, di non avervi annoiati, ma di aver anzi acceso una scintilla che vi spinga a curiosare all’interno del vasto mondo che vi ho appena descritto; chi lo sa, magari ritrovereste voi stessi.

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