La forza della fragilità

“Oggi non farò una lezione, non voglio proclamare nulla, né indicarvi una qualche verità. Avrei solo un segreto da confidarvi. Un tempo anche io ero un uomo forte, quando si insegnava a voce piena e si pretendeva autorità; al tempo della forza, però, sopraggiunge quello della fragilità e non è facile sentirsi improvvisamente delicato, può rivelarsi un inferno se si è soli. Io solo non lo sono mai stato.

Era una notte piena di stelle, uno di quei momenti in cui ci ritroviamo sperduti, briciole nell’umanità, eppure il cuore si riempie di pace e scoprì che queste sensazioni non sono in contraddizione, la fragilità ci permette di scoprire la meraviglia, il riconoscersi piccoli ci fa scoprire l’infinito, è l’ostacolo che ci consente di svelare quello che si trova al di là. Ora so che la vulnerabilità è l’arma più potente.”

A. D’Avenia (l’arte di essere fragili)

Non esiste forza che non prenda vita dalla fragilità. Aristotele sosteneva che tutto derivasse dal θαύμα ovvero sgomento, angoscia dell’esistere e del morire, allora se tutto procede dall’angoscia è normale che la fragilità sia il motore delle cose.

Uomo e donna sono fragili per costituzione: agli animali sono stati dati gli artigli e zanne per combattere la propria fragilità, e all’uomo? cosa può salvare l’uomo dalla sua fragilità?

Se gli animali si adattano all’ambiente, gli uomini adattano l’ambiente a sé e per sentirsi accettati cercano si rifugiarsi in ambienti sempre nuovi che possano saziare il loro desiderio di immortalità e celare la fragilità del loro animo. L’uomo ha per natura il bisogno, dunque, di condividere e di comprendere di non essere il solo e di non essere solo, nasce così in lui il bisogno di ricevere apprezzamento dai suoi simili confrontandosi con gli stessi, senza considerare la possibilità di un fallimento che possa mettere in luce la propria fragilità.

La vita è fatta da contingenze di incontri positivi che aprono nuovi mondi e negativi che chiudono gli orizzonti. La scuola è senza alcun dubbio il luogo degli incontri, primo fra tutti quelli con gli insegnanti, tutti noi abbiamo un insegnate che ha lasciato un segno (N.B. insegnate deriva dal latino in signum = lasciare un segno), ha fatto sì che qualcosa in noi si strappasse, ha lasciato un vuoto ed è proprio dove c’è vuoto che c’è messa in moto.

È emblematico l’esempio che riporta lo psicoanalista massimo Recalcati. Un insegnate di arte consegna, dopo avere spiegato come dipingere, una tela bianca agli alunni che rimangono immobili a fissarla, allora l’insegnate intinge il pennello nei colori e traccia una linea; in questo modo ha messo davanti agli occhi dei suoi allievi il vuoto e ha dimostrato che per apprendere bisogna dimenticare ciò che si è appreso e fare questo vuol dire spogliarsi delle proprie sicurezze e permettere alla fragilità di manifestarsi in modo tale da mettere in moto il vero io. La fragilità non aiuta a essere sicuri di se stessi, ma aiuta a essere sicuri di essere se stessi.

Ma questa fragilità ha un antidoto: l’amore che è accettazione attiva delle debolezze altrui. “Amor che tutto move”, diceva Dante e non importa se questo amore sia Dio o meno, importa solo che questo amore ci sia, sempre e che ci accompagni ovunque noi siamo, che ci faccia sentire meravigliosamente fragili e infinitamente piccoli nei confronti dello stesso.

La fragilità è quella che vedo negli occhi di un infante che muove i suoi primi passi nel nuovo mondo da scoprire, nel ragazzo che guarda la sua innamorata, nell’anziano che raccoglie i frutti della sua vita e nella mano dell’agricoltore, sfinita e lacerata ma che ha dato vita alla vita stessa. È questa la magia della fragilità dare vita ciò che chiamiamo vita ma che di questa ha solo il nome,“o la vita tornerà ad essere cosa viva e non morta o questo mondo diverrà un serraglio di disperati, e forse anche un deserto”(frammento del suicidio, Appendice Operette morali) così sosteneva Leopardi, poeta che seppe guardare il mondo da un punto di vista poco comune e che analizzando la caratteristica intrinseca a tutti gli uomini era riuscito a comprendere che l’ammissione della propria fragilità non ci preclude la possibilità di spiccare il volo, ma ci aiuta a crescere nel deserto.

Lo aveva capito prima che la fragilità assumesse un’accezione negativa, proprio perché la storia è caratterizzata da leggi universali che descrivono e connotano l’uomo di ieri, l’uomo di oggi e l’uomo di domani. È a tal proposito che il poeta scrisse nella sua ultima composizione, “La ginestra”,

“dove tu siedi, o fior gentile, e quasi
i danni altrui commiserando, al cielo
di dolcissimo odor mandi un profumo
che il deserto consola”,

sottolineando, dunque, che è la fragilità del fiore, che accetta la sua condizione e che poi trasforma la stessa in profumo capace di consolare il deserto e colmare il vuoto, capace di tenerci per mano nella tensione all’infinito.

“Su, mortali, destatevi. Il dì rinasce: torna la verità in sulla terra e partonsene le immagini vane. Sorgete; ripigliatevi la soma della vita; riducetevi dal mondo falso nel vero. Ciascuno in questo tempo raccoglie e ricorre coll’animo tutti i pensieri della sua vita presente; richiama alla memoria i disegni, gli studi e i negozi; si propone i diletti e gli affanni che gli sieno per intervenire nello spazio del giorno nuovo. E ciascuno in questo tempo è più desideroso che mai, di ritrovar pure nella sua mente aspettative gioconde, e pensieri dolci.”
-“Canto del gallo silvestre”, Operette morali

Impariamo ad amare la fragilità perché lì c’è il tesoro, lì c’è speranza nell’avvenire, lì c’è il sogno.

Articolo di Enrica Guarneri

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