Principium

Di recente ho iniziato a fumare.
Così, all’improvviso mi è venuta voglia.
Guardavo fuori dalla finestra, il cielo era grigio, come opaco, vestito delle sue nubi; piangeva.
Quando aveva lasciato andare la sua ultima lacrima, avevo pensato che era proprio il momento di iniziare a fumare.
Camminavo svelto verso una tabaccheria, ne avevo già superate quattro, cercavo quella più lontana dal punto in cui mi trovavo: avevo quel brivido di eccitazione, l’adrenalina che nutriva il mio corpo e il desiderio fisso che divorava la mia mente; volevo che quella sensazione si protraesse all’infinito, volevo provare a desiderare qualcosa fino alla sofferenza.
Ci stavo riuscendo.
Alla tabaccheria le sigarette non volevano darmele, io provai a spiegare, ma non ne volevano sapere, non volevano proprio.
Allora avevo uscito la carta d’identità, perché ero piccoletto, ma l’età per fumare l’avevo.
E alla fine le sigarette me le avevano date.
Avevo guardato per un’altra volta il cielo, sembrava quasi che mi stesse finalmente sorridendo.
Tenni la sigaretta in bocca per ore.
Spenta.
Nulla a che vedere con i libri di John Green, no, la mia era un’attesa programmata, voluta, pensata.
Mi guardai attorno per quelle che furono ore.
Camminavo a piedi, non volevo mi sfuggisse qualcosa.
Guardavo gli alberi, le cui radici recintate bramavano la libertà, guardavo le macchine che graffiavano la strada.
Le insegne pubblicitarie, i pali della luce, gli edifici tristi, i negozi chiusi, quelli aperti.
Mettevo la mano sul cuore e contavo i battiti da sottrarre alla mia vita.
Arrivai a diciotto e proseguii per una strada che non mi apparteneva.
La sigaretta imprigionata tra le mie labbra, la mia vita imprigionata in una sigaretta.
Volevo ancora aspettare.
Ancora un po’, c’era altro da vedere.
I ponti, le ferrovie, i sorrisi dei passanti che camminavano sereni, l’agitazione, la preoccupazione, l’irritazione di chi invece andava di fretta, di chi non pensava di potersi permettere di fermarsi a guardare la vita.
Non ero ancora sicuro che fosse arrivato il momento.
Ero tornato a casa.
Riprendevo le foto tra le mani, ricordi che non sarebbero svaniti nel nulla, immagini che non si sarebbero confuse tra tutte le altre cose.
Il lampadario fulminato in camera mia, la chitarra sul pavimento che un tempo cantava insieme a me, i libri muti che ti danno tanto da parlare, il pensiero delle parole che invece ti lasciano ammutolito.
Quell’equilibrio tra le cose… per ognuna un opposto che conferiva loro un senso.
Nel frattempo i denti stringevano per non lasciar andare la mia sigaretta.
Mia.
Sarebbe presto diventata parte di me.
Ero uscito di nuovo di casa, andavo verso il mare.
Sì, era lì che volevo iniziare a fumare.
Ero appena arrivato, portai la sigaretta tra le dita della mano destra, andai verso il rumore di continuo cambiamento.
A me il mare aveva sempre fatto paura, con quella maestosità e i misteri celati tra le sue onde.
Spesso così aggressivo e nervoso, a volte calmo e beato.
Era il luogo perfetto.
Avevo avvicinato nuovamente alle parole la sigaretta, l’avevo presa tra i denti, avevo chiuso la bocca e gli occhi quasi contemporaneamente.
Sentivo il rumore delle onde che si infrangevano sugli scogli e di quelle che accarezzavano dolcemente la sabbia fredda della spiaggia.
L’odore riconoscibile di sale e i raggi del sole che iniziavano a scagionarsi dalle ombre.
Mi sedetti in una posizione scomoda.
Non vi era alcuna armonia, non era il momento perfetto, e questo non esserlo lo rendeva invece tale.
Tenevo la sigaretta ferma con le dita, e finalmente il momento smise di farsi attendere.
Aspirai.
Aspirai con tutta la forza che avevo lasciato crescere, aspirai con la bocca e il naso, pensando a tutto ciò che avevo visto in giornata e a tutto ciò che avevo visto nella vita.
Aspirai e mi riempii i polmoni.
«Dove hai trovato l’accendino?»
Accendino?
Quel giorno aspirai la vita.

 

Testo di “π”

Foto in evidenza di Vittoria Mangione

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