Ricordi liceali di Giulia Raniolo

Sono Giulia, una dei diplomati dell’anno 2015, attualmente al terzo e ultimo anno di Università.
Frequento un corso di laurea chiamato “Animation Production” alla Arts University of Bournemouth, in Inghilterra. In questi tre anni, a parte scordare l’italiano, mi sono specializzata nell’animazione 2D, con l’obiettivo poi di poter lavorare in progetti artistici come film d’animazione o videogiochi.

Sono capitata al classico per caso, inizialmente. Trovandomi sempre con una matita in mano sin dall’asilo, la scelta più immediata e logica sarebbe stata il Liceo Artistico. Invece, come per molti, è scesa la mano genitoriale a intervenire (forse con la speranza di dissuadermi da queste tendenze artistiche).
Come chiunque a cui è stato imposto qualcosa, ho opposto una tenace resistenza che trasudava di ormoni adolescenziali: non ero contenta dov’ero e pensavo fosse colpa della scuola. Alla fine, in un disperato tentativo di farmi rinsavire dopo un anno di assenteismo, la mano genitoriale si arrese e mi lasciò provare il Liceo Artistico.

Due giorni dopo ritornai al classico.

Come disse il buon vecchio Seneca, “Animus debes mutare, non caelum”-questa fu la mia prima versione in classe dopo il mio ritorno da figliol prodigo con la coda fra le gambe (e appendo sempre una copia di quel compito ovunque mi trasferisco, come memento).
Volevo davvero rimanere all’Artistico, dare tutto il tempo di questo mondo a quella bambina con una matita sempre in mano. Però, forse perché era già il terzo anno, forse perché mi ero affezionata alle materie e alle persone, sono tornata, senza pentirmene.

È stato come iniziare il Liceo Classico tutto da capo ( con purtroppo la brutta impressione da lavativa assenteista sui nuovi professori del triennio). L’animus non era ancora cambiato, ma l’atteggiamento sì, e mi sono per la prima volta innamorata di questa scuola.
Dalla professoressa che si perde per ore e ore nei meandri di un solo verso di Ovidio, al professore che brilla negli occhi mentre meticolosamente spiega un colosso della filosofia: come potevo abbandonare l’idea di ascoltare delle persone che erano animate da una passione così forte? Non disegnavo molto ovviamente (difficile con tutto quello che c’era da studiare al triennio), ma in classe cercavo di assorbire un po’ di quella loro luce e mi sentivo di imparare qualcosa sull’impegnarsi in quel che si ama.

Non riesco a scollegare il ricordo degli anni liceali da quello del laboratorio teatrale. Era tutto un cocktail di emozioni che si mescolava a quello già presente nella vita di tutti i giorni in classe. Era un ritrovarsi con gli amici dopo la scuola, la vergogna di esibirsi, la rabbia di non piacersi, la dedizione nel respirare tutti con un unico corpo coordinato, ma con le parole che inciampano, gli sguardi che dicono “cosa c’è dopo?” “chi deve entrare in scena?” “quando devo dire la mia battuta?”.
Avrei voluto profondamente continuare teatro anche dopo il liceo, soprattutto per quel senso di seconda famiglia che una compagnia teatrale sa darti in modo del tutto unico.

In realtà, dopo il diploma, avevo anche l’obiettivo di continuare per conto mio a studiare e leggere di tutte quelle materie che mi erano più piaciute al liceo. Non volevo appiattirmi e ridurmi a una singola cosa per tre anni fino a ottenere una laurea. Volevo fare la poliedrica, quella che giostrava in aria un libro di storia e uno di classico mentre scribacchiava un’animazione. La realtà è stata abbastanza diversa. Un professore una volta mi disse che eccellere nell’arte al giorno d’oggi è un po’ come cercare di fare un buco in un foglio di carta: se si cerca di dare un pugno (e quindi applicarsi a troppe cose) il foglio semplicemente si accartoccia; ma se invece si usa qualcosa di preciso e appuntito( come la dedizione per una  sola cosa) si può perforare il foglio. In sostanza, c’è il rischio di essere mediocri in molte cose o di essere bravissimi solo in una.

Ovviamente non c’è mai stato un totale amore cieco per il liceo. Non so quante  volte sono nate promesse di voler fare qualcosa di “innovativo” per poi non vedere alcun cambiamento – corsi pomeridiani interrotti o mal organizzati, professori che promettono metodi di insegnamento d’avanguardia ma che sono maschere di pigrizia, progetti extra-curriculari che servivano più all’immagine della scuola che allo studente in sé.
Ma togliendo quella dose naturale di stress che si possiede per colpa dell’età e dell’incapacità di interagire con gli altri senza drammi, in quei cinque anni si forma una corazza così forte che l’università pare una passeggiata. Vero è che il mio corso in particolare ha molto più lavoro pratico che teorico, però se un tutor un giorno mi dicesse “La scadenza per quell’animazione è domani, devi fare trecento disegni per ottenere solo dodici secondi di filmato”, mi ripeto sempre che non potrà mai essere peggio di certe storie tragicomiche del liceo.

In sostanza, chiudendo con qualcosa di molto banale, ci sono molte cose che mi pento di non aver fatto al liceo – studiare di più ma in modo sano, dare più spazio alle persone ma coltivando una personalità più forte ed equilibrata, eccetera eccetera. Però, con la serenità di qualcuno che è mentalmente e fisicamente lontano da quegli anni liceali, sono perfettamente soddisfatta di come tutto si sia svolto. È per questo che di consigli non ne ho per chi è ancora parte attiva al Classico.

Cosa potrei dire? Ragazzi, studiate tutto che poi ne sentirete la mancanza all’università quando sarete concentrati su una sola cosa?

Provate a portare cose nuove in quella scuola, ma provateci davvero e non tiepidamente come noi ex-studenti abbiamo tentato?

Concentratevi davvero a capire quali sono le vostre passioni, fregandovene alla grande di cosa dice la stragrande maggioranza della gente che vi circonda?

Però siate realisti, ragazzi, il resto della vita non è solo università e non si può essere studenti per sempre, scegliete sì qualcosa che amate, ma sudate sudate sudate per essere il meglio del meglio in quella cosa?

State attenti a questi cinque apparentemente banali, brevi, veloci anni della vostra vita, perché daranno forma in modo radicale alla persona  che sarete?

Parole trite e ritrite, niente di originale. Se per vivere voglio disegnare e non scrivere c’è un perché.

E con questa  chiusura approssimativa, auguro a chi sta leggendo tanta buona fortuna.
Spero che troviate qualcosa che vi appassioni e vi accompagni per la vita, spero che possiate trovare ostacoli sulla  vostra strada difficile abbastanza da farvi combattere di più, ma spero anche che alla fine non ci sia mai niente che vi possa frenare del tutto. Sono stata molto molto molto fortunata e sto adesso passando all’università gli anni più sereni e felici della mia vita fin’ora.

Il liceo è niente e tutto allo stesso tempo.
Buona fortuna.

 

 

Giulia Raniolo

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