Tanto Rumore Per Nulla

Passeggiavo. Avanzando lentamente, soffermandomi ad ogni passo e cercando di assaporare il più possibile la freschezza di quel momento.
Di tanto in tanto il mio sguardo ricadeva su un qualche insetto attirato dalla luce, o su una macchina lontana. Quella notte, quel cielo velato dalle nuvole, quell’insensibile brezza per cui rabbrividivo quasi felicemente, quell’inconfondibile sfrigolio del marciapiede umido di pioggia contro la suola della scarpa e il fremito che mi procurava tutto questo. Assolutamente inebriante.
Da là potevo ammirare tutta la Valle, dal più verde dei suoi alberi al più impetuoso angolo dell’esile fiume in piena. Il buio mi impediva di scorgere il punto più in basso, ma forse era meglio così.
Tutto era quiete, come se l’udito non percepisse i rumori della natura, i miei pensieri si erano zittiti e insieme a loro tutto il resto, rimanevo io, con l’acqua e con il vento, a contemplare la nostra placida solitudine.
Esattamente a metà del ponte mi accorsi di una piccola e appesantita chiocciola, intenta a scalare la così alta e arrugginita ringhiera. La sua angusta casetta la rallentava. La calma tipica della Sicilia e quella sempre presente flemma ritardavano quei momenti e li prolungavano all’infinito.
La povera vagabonda s’impegnava per raggiungere la cima, ma non si rendeva conto di scalare una montagna. Probabilmente pensava che, una volta arrivata Lassù, avrebbe raggiunto un qualche altro luogo, più luminoso, più bello. Ma purtroppo dalla vetta di un monte si scende sempre a valle, non si arriva al cielo, ma solo lo si può ammirare. Anche gli uomini trascorrono la vita scalando montagne per raggiungere il cielo, convinti di scappare alla morte che invece li attende dall’altra parte.
Passai tempo ad osservare quella piccola metafora della vita umana, quando qualcosa attirò la mia attenzione, una specie di fastidioso ronzio, distante, che s’avvicinava, diventando un reboante rumore, sempre più vicino.
Passano dietro di me due accecanti occhi gialli e uno spaventoso frastuono che subito corre via.
Mi volto. Una squallida auto verde sbiadito passava dal ponte velocemente.
Ecco, è tutto rovinato.
Come quella macchina ha fatto scappare la perfezione di quel momento, così gli uomini logorano la Terra, da anni. Esprimiamo il nostro malessere espandendo la nostre mostruosità in giro per il pianeta a cui dobbiamo così tanto, e costringiamo il poco di natura che rimane a rifugiarsi in luoghi sconosciuti e poi la andiamo a cercare per sfruttarla. Perché è questo che facciamo: sfruttiamo.
Non si tratta più di progredire, una volta raggiunta la vetta si può solo scendere, noi costruiamo scale, palazzi per arrivare ancora più in alto, ma quel dolore che abbiamo lasciato lungo la strada ci raggiungerà fino alle nuvole e ci farà cadere dai nostri castelli.
E se non lo farà lui allora sarà il Tempo, impassibile come sempre, a cancellare da questo così colossale concerto quella nota dissonante che è l’umanità.
Siamo nati credendo di poter dominare su tutto, ma il nostro compito non è comandare ma custodire, perché esiste una legge, immutabile nei secoli: la Terra non appartiene all’uomo, è l’uomo ad appartenere alla Terra.
E coloro che non comprendono questa semplice regola e continuano a violare il suolo fin alle fondamenta, a contaminare l’acqua e a corrompere la purezza dell’aria, possono essere chiamati e trattati da assassini, in quanto omicidi del volto di Dio sulla Terra.
Forse senza di noi e senza i nostri innumerevoli errori tutto sarebbe più placido. Perché la Terra è di indole silenziosa, siamo noi che facciamo tanto rumore per nulla.

 

 

Davide Cavallo

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