De Vita beata

Italo Calvino sosteneva che “è classico ciò che persiste come rumore di fondo anche là dove l’attualità più incompatibile fa da padrona”.
Mi sono ritrovata pienamente in questa affermazione tutte le volte che ho avuto tra le mani un libro di tempi lontani che, pagina dopo pagina, mi ha catapultata nel profondo della contemporaneità. Così è stato quando, quasi per caso, mi sono trovata a sfogliare il ‘De Vita Beata- L’arte di essere felici’ di Seneca, uno scritto attuale e intenso di un autore straordinario, che sfida le distanze cronologiche lanciando dardi di saggezza e di riflessioni anacronistiche.
Dedicato al fratello maggiore Anneo Novato (detto Gallione), l’opera ruota intorno alla tematica della felicità, una dimensione a cui l’uomo ambisce da sempre, e forse gli sfugge dalle mani proprio perché nel rincorrerla la perde di vista .
Di formazione stoica, Seneca ritiene che la dimensione della beatitudine sia raggiungibile solo dal saggio, cioè colui che comprende l’evanescenza dei piaceri e delle vanità terrene, se ne distacca e si avvia verso la strada della ‘vita beata’ guidato dalla virtù, che è senza dubbio il presupposto per la beatitudine, ma da sola non basta.
La felicità è una conquista difficile a cui l’uomo può arrivare solo prestando fede alla sua natura razionale. È straordinario il modo in cui Seneca traccia il percorso per una meta astratta e quasi indefinita (la felicità, appunto) facendo riferimento a quanto di più concreto e definito vi possa essere nella dimensione umana: La ragione.
Essa illumina il cammino oscuro dell’uomo saggio, garantendogli anche le conquiste metafisiche e ultraterrene; una visione, quella di Seneca, che possiamo considerare come una sorta di razionalismo ante litteram.
Grazie alla ragione l’uomo acquisisce consapevolezza di sé e della propria condizione. A tal proposito Seneca distingue due tipi di felicità: Da una parte la felicitas, propria di un essere incosciente, una felicità illusoria, una dimensione di cui possono godere persino le bestie; dall’altra, invece, la vera felicitas, una condizione di beatitudine pura ed eccelsa, nobilitata dalla piena consapevolezza che ne ha chi ne gode, grazie all’azione illuminante della ragione.
Il vero saggio è l’unico che può essere propriamente detto felice proprio perché è l’unico che lo è con cognizione di causa.
Ciò che mi ha fatto apprezzare il testo senecano è la sua disarmante attualità. Composto il 58 dC, si afferma come affresco eterno e incorruttibile di un uomo che da sempre tende la mano verso un bene fugace: La felicità-la vita beata, un faro che guida il percorso di ogni esploratore in un mare indefinito, da cui ogni uomo è naturalmente attratto. Ma nel tragitto ci sono anche vie secondarie che possono condurre da tutt’altra parte, che possono portare persino al naufragio.

Il De Vita Beata è un inno a tinte fosche , con un gusto un po’ amaro tra una pagina e un’altra, all’esistenziale e immutabile condizione di ricerca e perdizione, perché ” cerchiamo un bene non apparente ma vero, che sia costante e bello nella sua intima essenza: è questo che dobbiamo sprigionare e portare alla luce. Non è lontano, lo troveremo, ci basta solo sapere dove tendere la mano. E invece continuiamo a brancolare nel buio, senz’accorgerci di ciò che pur ci sta vicino e inciampiamo proprio in quello che desideriamo.” (III)
A distoglierci dalla possibilità di condurre una vita saggia e imperturbabile in un’aurea felicità è la tendenza,intrinseca nella natura umana, ad innalzare le mani oltre ciò che ci è consentito, a volgere gli occhi al cielo e alle stelle, incontentabili, perdendo di vista la terra su cui poggiamo i piedi.
La felicità per preservarsi da ogni flusso corruttivo, “salga sopra una cima, da cui nessuna forza possa tirarla giù, a cui non abbiano accesso né dolori, né speranze, né timori, né alcun’altra cosa che possa intaccare la sua prerogativa” (XV)

Pagina dopo pagina mi sono resa conto che l’atmosfera in cui il lettore viene catapultato è tutt’altro che di serenità. Un libro, che si propone di indicare al lettore come catturare la felicità, in realtà, è scritto con macchie d’inchiostro cupe, profonde, a tratti disturbanti. Sembra quasi che l’unica alternativa che ci resta sia quella di accontentarci della tanto ambita quanto mancata ‘vera felicitas’ dal momento che gli ostacoli che la bloccano sono il motore della nostra stessa natura: Dolori, speranze, timori.
Ho letto e apprezzato un riflesso di un uomo dalla personalità monumentale, un uomo umano nei suoi difetti e nelle sue ingiustificabili contraddizioni che, tuttavia, non intaccano la tagliente forza della sua delicatezza e la sua sovraumana capacità di cogliere il disagio esistenziale dell’uomo: non a caso molti lo considerano il precursore dell’esistenzialismo.
Disarmante nella sua modernità, è l’emblema di un uomo ‘petrarchesco’, lacerato tra ciò che vorrebbe essere e ciò che la società e le tentazioni della realtà gli impongono di essere.
È l’uomo che sa cosa è meglio fare e cosa è meglio essere, ma non ha la forza morale per superare gli ostacoli e le umane tentazioni.
Per questo motivo è stato da sempre aspramente criticato. Indicava lo stoicismo, l’ascetismo e la moderazione nello stile di vita come la base su cui l’uomo saggio deve costruire la sua esistenza; tuttavia le immense ricchezze e i piaceri mondani sono stati la cornice della sua realtà.
Così nel De Vita Beata risponde alle critiche:
< I filosofi, dunque, predicano bene e razzolano male: così cianciate voi. E invece fanno già molto, proprio perché certe cose perlomeno le dicono, e concepiscono pensieri di virtù e di onestà; se poi agissero in piena conformità dei loro insegnamenti quale uomo potrebbe essere più felice di loro? Intanto, non c’è motivo di disprezzare le buone parole e gli animi ricchi di pensieri virtuosi, e poi il coltivare salutari inclinazioni è di per sé lodevole, indipendentemente dai risultati che si possono conseguire. Forse che ci meravigliamo se non giunge sino alla vetta chi s’è incamminato lungo una dura salita? Se siamo uomini non possiamo non ammirare coloro che han posto mano a degne imprese, anche se poi cadono senza toccare la meta.> (XX)

Seneca è un uomo che rincorrere il senso della vita per tutta la sua durata ma riesce a coglierne il significato e a prestare fede ai suoi insegnamenti e precetti filosofici nel momento stesso in cui se ne distacca.
Nel 65, dopo una vita segnata da tanti successi e tante cadute, va incontro alla morte con grande serenità, senza paura, proprio come aveva insegnato nei suoi scritti.

“Le grandi fortune del genere umano sono dentro di noi , e a portata di mano; ma noi chiudiamo gli occhi, e, come persone nel buio, cadiamo inciampando sulla cosa stessa che stiamo cercando, senza trovarla.”- Lucio Anneo Seneca

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