Conferenza con Andrea Caschetto

Sabato 18 novembre le classi del triennio hanno incontrato presso l’aula magna del Liceo, ‘ l’ambasciatore del sorriso’ Andrea Caschetto. La conferenza-intervista, organizzata dalla redazione del giornalino Hermes, è stata coordinata da Ones Farhat ed Enrica Guarneri, con l’intervento del professore Tamburino.

Un incontro emozionante che ha riscontrato l’approvazione di docenti e alunni, i quali sono stati invitati a sospendere per un’ora le lezioni e assistere all’intervista. Andrea, come è sempre solito fare, ha lasciato una forte impronta di positività, forza e coraggio. Ha condiviso con noi il suo sorriso nell’arco di un’ora molto intensa.

Ones: All’inizio avevo pensato di intervistarti a tu per tu, poi ho sentito l’esigenza di condividere con il maggior numero possibile di ragazzi quest’incontro. Tu insegni a trasformare le debolezze in punti di forza. Sei sicuramente un ottimo esempio per tutti, soprattutto per i ragazzi. Vorrei partire da dove tutto è iniziato. Grazie alle piazze virtuali hai potuto raccontare la tua storia e adesso più di 200.000 persone ti seguono su Facebook, tra cui molti giovani. Su Instagram, invece, i tuoi seguaci sono poco meno di 20.000. Secondo te perché hai avuto un enorme successo proprio su Facebook?

Andrea: Con esattezza 205.000 persone che mi seguono su Facebook, la parola seguaci non mi piace io li chiamo “la mia grande famiglia”. Su Instagram solo 18.000 perché queste cose vanno a generazioni. Le cose che faccio io ad esempio sono poco seguite dai vostri coetanei, se avessi fatto il giro del mondo a fare scherzi avrei 300.000 seguaci su Instagram e 15.000 su Facebook. Gli interessi col passare del tempo cambiano; io sono il primo che durante le scuole superiori pensava a tutto tranne che fare il giro del mondo per gli orfanotrofi o andare a fare il primo documentario della storia ripreso, montato e girato da un non vedente, Michele Romeo. Lui, mio grandissimo amico, perse la vista nel periodo delle superiori, fece un passaggio straordinario dal sentirsi un cieco a sentirsi Michele, un ragazzo meraviglioso che si è laureato in interpretariato, e che è divenuto uno degli interpreti più bravi al mondo. Poi ho fatto l’ultimo viaggio, il giro dell’Argentina in sedia a rotelle, dal quale è scaturito il mio ultimo libro “come se io fossi te”.

Ones: Hai detto: «non avete bisogno di un tumore per amare qualcosa che possiamo perdere ogni giorno. Affrontate le vostre giornate ringraziando la vita. Solo così i vostri problemi non saranno solo tali, ma saranno delle piccole situazioni da trasformare in positività nel minor tempo possibile». Ci insegni ad andare avanti, a trasformare tutto ciò che la vita ci offre. Ti andrebbe di raccontarci la tua storia e come sei riuscito a trasformare la negatività in positività?

Andrea: La frase del tumore serviva a dire che ero felice prima del tumore, ero felice dopo il tumore e durante… così così, ma soprattutto perché avevo perso un anno scolastico. Mi ricordo che il prof. Mario Tamburino mi ha accompagnato durante questo difficile percorso. Un giorno di giugno mi chiamò il preside e mi disse che doveva parlarmi. Io ci andai con il prof. Tamburino. Il preside mi disse che volevano bocciarmi perché credevano che mi fossi approfittato della malattia per non studiare e che quindi era giusto rifare un intero anno. Ricordo che appena l’ho saputo la prima cosa che ho fatto è stata scappare dalla finestra. Grazie al cielo era piano terra. Avevo la rabbia perché giudicavo quelli bocciati come stupidi. Sono passato dal ragazzo che non studiava niente e andava bene, al ragazzo che studiava tutto e andava male. È scaturita anche da lì la mia rabbia nei confronti di quei professori. Ma grazie a queste “scuse” di una memoria scadente ho avuto una vita meravigliosa perché ricordo solo alcune cose, quelle più belle.

Prof. Mario Tamburino: ricordo la sua difficoltà a memorizzare, per cui subito dopo aver ripetuto una cosa lui la dimenticava. Però avevamo trovato delle tecniche un po’ rudimentali per memorizzare. Ad esempio, ricordo che non riusciva a memorizzare Enrico VIII, e cercavamo di ricordarlo chiamandolo “u ricuttaru” e con la scusa di un sorriso, questa cosa diventava un modo per memorizzare. Io ho visto il tentativo che lui faceva, e soprattutto che lui si impegnava strenuamente. Provava l’esperienza dell’ingiustizia che è una cosa difficilissima da affrontare da solo. Io nell’ accompagnarlo in questo percorso, una sola cosa avevo chiara: che ciò che gli stava succedendo, non era contro di lui, che questa cosa nel tempo sarebbe diventata una vicenda che avrebbe acquistato un senso, sarebbe diventata qualcosa di positivo per lui. Ero certo che quello che gli accadeva, pur nella drammaticità, non era per distruggerlo. Per cui in questi anni vederlo affrontare questa cosa, trasformare quello che è accaduto, raccontarlo a tutti è stato uno spettacolo.

Andrea: Mario si è comportato come se fosse un padre. Io dai 15 ai 19 anni ho pochissimi ricordi perché ancora non avevo delle tecniche di memorizzazione. E quel giorno in cui mi hanno bocciato, me lo ricordo come se fosse ieri perché tutto ciò che tocca le nostre emozioni passa dalla memoria a breve termine a quella a lungo termine. Vi do un consiglio, però, iniziate a memorizzare le cose positive. Adesso è il mio modo di vivere. Voi tutti avete come scatola della memoria un grattacielo, dentro al quale si può mettere ciò che si vuole. Io, invece, ho una capanna al posto del grattacielo e lì metto solo le cose bellissime, quelle che mi fanno stare bene. Quindi se chiudo gli occhi e penso al mio presente e al mio passato ho solo ricordi positivi e grazie a questo sono “ambasciatore del sorriso”. Ricordo che quando ho parlato all’ONU, ho parlato in un inglese maccheronico, però l’ho fatto, perché non dobbiamo avere paura di parlare davanti a tanta gente, perché la vita è solo una e si deve vivere senza ansia e timori. Ho il sogno di andare nelle scuole a far venire la pelle d’oca, a far scoprire nuovi punti di vista.

Ones: Il 15 Ottobre 2017 ti è stato conferito il premio “Diritti Umani 2017”, particolarmente significativa è stata la motivazione dell’assegnazione: « A. Caschetto ha dichiarato guerra alla tristezza e alla rassegnazione[…]. Il suo programma politico è far nascere il sorriso sui volti dei bimbi meno fortunati.[…] Il suo obiettivo è far sbocciare il sorriso sui volti di tutti i bambini di tutti gli orfanotrofi del mondo.[…] Le sue armi sono una inesauribile creatività operatività ludica, un’immensa carica di affettività e uno sconfinato serbatoio di emotività. La sua arma segreta e più potente è il sorriso.» Hai girato per gli orfanotrofi di tutto il mondo alla ricerca della felicità. Pensi di averla trovata negli occhi dei bambini?

Andrea: Grazie ai bambini orfani ho recuperato la mia memoria. Era Agosto del 2009, avevo 19 anni, quando ho messo per la prima volta piede in un orfanotrofio in Sud Africa. Lì, con la Onlus “Un ponte per la vita” siamo riusciti a raccogliere 120.000 euro per costruire un centro pediatrico. Quando sono arrivato in Sud Africa, la cosa straordinaria è stata l’affetto di questi bambini. Quando qui arriva gente con i barconi noi li chiamiamo “immigrati”, quando vado in Africa, in Asia, in Sud America mi chiamano “amico”, mi accolgono, mi fanno sentire a casa. La colpa non è vostra ma della televisione spazzatura che denigra la diversità; quando c’è qualcuno che si sente diverso, viene visto in maniera diversa. Alle scuole superiori ero un omofobo, quindi se c’era una persona gay, lo tacciavo per malata. Adesso sono uno che combatte per i diritti di tutti. Dovremmo tutti promuovere l’uguaglianza e poter dire “tu sei una persona, beh ti voglio bene”. La cosa straordinaria è stato il ritorno in Italia, io a distanza di mesi, ricordavo il volto di tutti i bambini e tutti i posti in cui ero stato. Ho iniziato a vivere secondo le emozioni, per questo a 24 anni ho deciso di fare il giro del mondo per gli orfanotrofi. E nel 2015 ho fatto attività con 8008 bambini di cui mantengo un perfetto e gioioso ricordo. Quindi alla domanda rispondo: assolutamente sì.

Ones: Ti andrebbe di raccontarci da dove è nato il tuo ultimo libro “come se io fossi te”?

Andrea: Ho deciso di fare un giro per l’Argentina in sedia a rotelle perché anche io sono stato in sedia a rotelle e la cosa che mi dava più fastidio era il giudizio degli altri, la maniera di guardarmi. Io prima di questa operazione ero l’amico di tutti, quando sono finito sulla sedia a rotelle la cosa che mi ha creato più problemi è stata l’assenza di tutti. Chiaramente la famiglia mi era vicina, ma gli amici no perché uscire con qualcuno disabile diventa un peso, può metterti in imbarazzo. Dato che io ho provato quella sensazione di immenso fastidio, ho fatto questo viaggio anche per cambiare la cultura dei lettori, per far capire loro che non esistono persone disabili ma ‘pluriabili’. Tutti abbiamo delle ‘pluriabilità’, io sono un disabile mnemonico, ma se non avessi fatto esercizio per imparare a memorizzare, non farei la vita che faccio ora. Un altro motivo per cui ho deciso di fare questo viaggio in sedia rotelle è stato perché c’era una ragazza che mi piaceva moltissimo alle scuole medie, nel libro l’ho chiamata Azzurra, che, sfortunatamente, ebbe un incidente stradale e finì sulla sedia a rotelle. Io avevo paura di iniziare una relazione con lei e iniziai a trattarla in maniera diversa e, adesso, mi vergogno di questo. Ma dato che il suo sogno era quello di andare in Argentina e poiché non aveva e non ha la possibilità di potersi muovere, ho deciso di fare questo viaggio per lei con una sedia a rotelle che non a caso ho chiamato Azzurra. Quando ho fatto questo viaggio da seduto ho capito che la vita era differente. Ad esempio quando ero in quelle condizioni solo una persona ci provò con me, era Miss Gay Argentina Trans. Questa cosa mi fece riflettere: ci provò una persona che come me si sentiva in un corpo che non era il suo e quindi sapeva cosa vuol dire trovarsi in questo tipo di situazioni difficili. Una delle cose che mi è piaciuta di più in questo viaggio, è che un bambino straordinario, prima che me ne andassi, mi disse :”Andrea, spero che mamma e papà per il compleanno mi regalino una sedia a rotelle”. Se sono venuto qui è per farvi capire che non esistono persone diverse, disabili ma che siamo tutti delle persone straordinarie e che ci meritiamo di vivere in maniera altrettanto straordinaria.

Enrica: Nel tuo primo libro hai dedicato una sezione al tema della religione. Immagino che durante i tuoi viaggi tu sia venuto a contatto con tantissime credenze. Ma allora cosa ti ha spinto a dire “non ho scelto il mio Dio, non ce n’è di bisogno”?

Andrea: Io mi definisco ateo, ma in realtà non lo sono. Penso di essere protetto da qualche divinità. Ogni volta che entro in contatto con culture religiose nuove mi sento bene, soprattutto più con i fedeli che con coloro che la professano, perché ho visto tantissime disgrazie fatte da coloro che venivano chiamati preti. Quando penso alla religione non voglio pensare alla figura che la deve rappresentare, ma a qualcuno che deve essere felice con questa. Non ho scelto il mio dio perché a me non serve pregare per stare bene, ma mi serve vivere per stare bene. Forse la mia vita è una sorta di preghiera. Un professante musulmano nel Senegal mi disse di essere un inviato di Maometto e mi fece un discorso bellissimo: “Andrea, se io ti metto questo libro vicinissimo agli occhi, riesci a leggere qualcosa? No, vero? Ecco, tu non riesci a vedere il tuo dio perché sei troppo vicino a lui, allora distaccati un po’ e lo riuscirai a vedere.” Vi racconto una vicenda. Mi trovavo nel Nepal, era la fine di aprile del 2015, ma decisi di recarmi a New Delhi per andare dalla ragazza di cui mi ero innamorato. Salì sull’autobus pronto ad affrontare 34 ore di viaggio per raggiungerla. Qualche giorno dopo in Nepal ci fu un disastroso terremoto di 300.500 morti. Il destino mi ha salvato la vita moltissime volte e forse è qui che mi chiedo se ci sia una figura che mi protegge dall’alto per il bene che faccio. Credo che chi fa del bene, riceve il bene.

Enrica: Ci avviciniamo sempre più alla Giornata Internazionale sulla violenza contro le donne, ma senza andare troppo lontano, le ultime vicende di cronaca hanno evidenziato questa piaga. Cosa vorresti dire alle ragazze che si trovano in situazioni di questo tipo?

Andrea: Sono stato in molti posti in Sud America nelle lugar de los niños, che sono centri in cui mettono bambine vittime di abusi sessuali gravi. Una bambina era il posacenere della mamma, dopo che avevano avuto relazioni sessuali le spegneva le sigarette in fronte. Alle ragazze dico “sappiate combattere”. E ai ragazzi auguro di avere la forza di capire che la donna è una persona, non un mezzo per assecondare i bisogni del corpo, ma una persona in grado di assecondare i bisogni della mente.

             

 

                 

 

 

(Foto di Stefano Avola)

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