Ricordi liceali di Giovanni Tamburino

Sì, è l’ennesimo racconto egotico dell’ennesimo nostalgico scampato con in mano un diploma alle mura dell’Umberto I che, visto che ne stiamo già parlando, preferivo prima che fossero riverniciate come il reparto di traumatologia. In compenso, Van Helten fuori ha fatto un capolavoro.
Sono Giovanni Tamburino e, uscito trionfante dalla maturità alla fine del giugno 2015.

Quando entrai per la prima volta al liceo, ero un ragazzino terrorizzato e innamorato di qualunque cosa mi capitasse a tiro, da una certa ragazza (e poi un’altra e un’altra ancora) fino a quei segni incomprensibili che cercavo di spacciare per la mia personale versione dell’alfabeto greco. Mi sentivo come in una situazione di stallo, tra la voglia di fare e una timidezza che rischiava di porre tra me e gli altri un muro di cemento armato.

La prima occasione che mi fu presentata fu quella del gruppo teatrale: fu lì che conobbi B. e altri ragazzi che condividevano con me la passione per la musica, per la letteratura e con cui vissi un’indimenticabile serata a base di vino e poesie di Edgar Allan Poe. Più nei momenti delle prove che durante le rappresentazioni, iniziai a prendere confidenza con me stesso attraverso le amicizie che spuntavano intorno a me. Imparai ad improvvisare nei momenti di panico in cui nel bel mezzo di uno spettacolo ci si scordava una battuta e col tempo riuscii a metterlo in pratica anche nella vita vera, quando le mie paure minacciavano di prendere il sopravvento. Fu un’abitudine che mi rimase anche quando lasciai il teatro con l’ipotesi che il modo migliore che potessi avere di stare sul un palco fosse con una chitarra elettrica in mano.
Amavo il punk, il rock, quel mondo fatto di energia e gente che sembrava più vicina all’Olimpo che al mio mondo. Mi conquistavano e volevo conquistare a mia volta, mentre il piccolo cantuccio che mi ero costruito iniziava finalmente a scricchiolare.
Anche i rapporti fuori dalla compagnia Dionysos, in classe e nella scuola in generale presero a dare i loro frutti. Più andavo avanti, più mi rendevo conto che non potevo lasciar scorrere il mondo che mi circondava senza metterci qualcosa di mio, che in qualche modo mi era ridalle discussioni in classe tra la mia fedele G., socialista fedele alla linea, venne fuori che si poteva essere amici, che si poteva crescere insieme anche prendendosi a capocciate continuamente, che il mondo non è mai bianco e nero e che rispettare il pensiero di un altro è il primo passo per comprendere meglio il proprio.
I libri e le colonne di temi liberi macinati a velocità serrata mi facevano intuire che con la letteratura ci fosse un legame che non potevo ignorare, che parte del mio futuro si sarebbe giocata sui fogli stampati. Non ebbi più dubbi sulla scelta di studiare lettere moderne all’università e, dopo una prima recensione di un disco degli Ac/Dc per Hermes (bentornato, giornalino!), l’idea del giornalismo musicale mi conquistò. Ora ho iniziato la mia gavetta sui blog, intervistando band fantastiche quanto sconosciute e ascoltando album inediti che nessuno si filerà mai, e non potrei essere più contento.

Con i pretesti delle giornate dell’arte si misero su le prime band, iniziai a muovermi con più sicurezza sotto lo sguardo di tutti nonostante le mie doti musicali fossero (e siano ancora) piuttosto limitate. Mi bastava sapere che tra questi ci fossero i miei amici, che di fianco a me ci fosse M. e altri di quella combriccola di matti con cui potevo tirare fuori un lato di me che non credevo potesse esserci. Quello che si colorava barba e capelli di verde semplicemente perché gli andava, che stava davanti al libro mondo con un sorriso a trentadue denti, solo curioso di sapere cosa ci fosse nella pagina successiva.

Fu questo che mi diede il coraggio, la voglia (e un’abbondante dose di faccia tosta) di candidarmi come rappresentante di istituto, fallendo al primo tentativo e facendocela all’ultimo anno. Non sapevo nulla di politica, di diritti studenteschi e dopo i primi scioperi ero diventato definitivamente cinico nei confronti della protesta studentesca e dei suoi risultati, però non riuscivo a lasciar fare ad altri senza provare a mettermi sotto. Imparai dai miei errori e guardando le mie socie quando lasciar correre e quando imporre ciò che si reputa giusto. Imparai come il punto non fosse sobbarcarsi compiti su compiti per avere un bell’applauso alle assemblee d’istituto, ma fare del proprio meglio per dare la possibilità a tutti di vivere all’interno della scuola un’esperienza che includesse altro rispetto a compiti e versioni, in cui il proprio esito non fosse determinato da un voto o dallo sfacchinare sei ore per trovare la sfumatura più adatta di un verbo da cinque righe di Rocci. Volevo che quello che avevo vissuto io potesse ripetersi anche per i miei compagni.
In qualche modo, però, non rispondeva del tutto alla questione su cosa mi spingesse a sbattermi tra mille impegni all’ultimo anno di liceo (“che tanto l’anno prossimo non sarà un problema tuo”), a nascondere sbadigli durante riunioni in cui questo o quella docente mitragliava di filippiche su come il liceo classico dovesse dimostrare la propria validità a chi sarebbe venuto dopo di noi.
Che non fosse una questione di fedeltà ad un luogo lo compresi a due giorni dal mio esame orale, talmente ligio allo studio da essere a suonare in un locale con la band per la serata più bella della mia vita. Suonavo, urlavo e godevo mentre alle facce scatenate degli amici in prima fila si alternavano frame della strada che avevo percorso da quel primo giorno in cui ero spaventato alla sola idea di aprire bocca. Spezzoni stile polaroid di tutti gli incontri, le persone che hanno sfidato quello sbarbatello a uscire dai propri limiti, a crescere e a sfidare a sua volta il mondo, certo delle proprie basi e che ora gli stavano davanti, lo abbracciavano con tutta la gioia e l’affetto di cui erano capaci. Non si trattava di fedeltà “al liceo e alla sua valenza per gli uomini e le donne di domani”, ma di essere grati a dei fatti, a dei volti attraverso cui avevo scoperto me stesso.

E qui finisco con la carrellata sentimentale e (spero non eccessivamente) autocelebrativa di fatti che mi legano a quei luoghi specifici che prendono il nome di liceo classico Umberto I.
Che poi sia stato semplicemente lo sfondo dei fatti di una vita o il protagonista decisivo della mia crescita è la domanda che mi pongo ogni volta che torno, ma a questo ognuno di noi deve trovare la propria risposta. Io penso che con la mia ci sono quasi.

Un pensiero riguardo “Ricordi liceali di Giovanni Tamburino

  • dicembre 1, 2017 in 10:07 pm
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    Tambu con queste parole mi hai fatto ricordare quanto la tua timidezza da ragazzino fosse soltanto uno sfondo di tutta la voglia matta di urlare al mondo quello che la tua testolina in quel momento pensava, sono contenta di averti conosciuto e complimenti per la scrittura. Baci 🙂

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