Le barbe

Era il lunedì mattina di un sabato. Uscii di casa e fu subito tempesta, lanciata dal sole. Io là, sotto il sole che scagliava lacrime, ma comunque sopra il cielo.
E allora misi la borsa a riparo ponendola attentamente dentro i tacchi a misura d’uomo… insomma, non avrei mai in vita mia, né in quella altrui ovviamente, comprato tacchi a misura da donna. Sarebbe stato contro natura e anormale. – Iniziò così il suo racconto, o discorso, o naufragio di vocaboli clandestini, o qualsiasi meravigliosa oscenità quella fosse. Disse una così tale stramberia che pensai avesse perso la testa. Uno come lui sotto al sole non ci sta, uno come lui del sole ha paura… e io lo so. – Chiamai un taxi, corsi in fretta e senza furia per raggiungerlo, non c’era, aspettai. Poi mi ricordai che i taxi in quella città non c’erano. Mi curvai e diventai malvagio. Malvagio, e che malvagio! Fui malvagio per tutta la mia esistenza, o almeno, per tutto quell’arco d’esistenza che sprecai amaramente nei dieci successivi minuti alla scoperta dell’inesistenza di taxi in quella città. Forse avrei toccato la felicità, magari avrei anche potuto portarmela a letto, se solo avessi continuato ad essere malvagio. Ma vidi un fiore e m’innamorai.
Che folle passione.
Mamma mia quante farfalle nello stomaco, e quante ne volavano via dal mio cappello…
L’amore…
Ma diventai subito vedovo.
Un soffio di vento uscito dalla bocca di un crudele bambino fece volare via il mio fiore. Persi quella così tanto bramata metà che ogni essere in possesso di respiro desidera accecare con il semplice palpito dell’amore. – Mi stupì nuovamente con le sue parole quell’uomo. Pensai veramente che fosse cambiato, ma proseguendo così la sua discordante orazione capii che forse non lo era affatto. – Decisi di riempire con tutto il mio amore e il mio orgoglio il degno nome di Vedovo; ma mi voltai e vidi un uomo uguale a me.
Mamma mia che splendore!
Mi innamorai ancora una volta nell’arco breve di vita disastrante che voi comunemente identificate come: “ora”, ma che io preferisco immaginare inesistente.
Decisi così in mal accordo con la mia coscienza di lasciare per strada e senza tetto il Vedovo che era in me. – Continuò così per ore. Maledettissime ore. Raccontò tutta la sua storia d’amore. Lui, il suo specchio, le loro insensibilità, i baci, i tacchi rossi da uomo… e così ancora una volta, forse due o forse tre… smisi di contare quando la faccenda consumò tutti i giorni della settimana in corso.
Parlava così tanto dell’amore che iniziai ad odiarlo.
Avrei voluto buttarlo giù dalla finestra, forse ucciderlo con le mie stesse mani, ma ho sempre avuto paura di scoprire il colore del sangue.
Insomma, lo odiavo con tutto il peso che si può concedere all’odio.
Io odiavo quell’uomo!
Ed è la cosa più bella che io abbia mai odiato.
Lo baciai.
Le nostre labbra tremarono, le nostre barbe s’intrecciarono, ed io, con i suoi occhi nei miei, lasciai il mondo con un bacio sulle labbra. –

 

NICOLETTA SCHEMBARI

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