Noi, schiavi del web

È incredibile quanto oggi i giganti del Web manipolino il nostro tempo per scopi economici.

Ogni secondo in più che trascorriamo sui social per loro è denaro. Google ha determinato l’algoritmo della nostra capacità di attenzione: il tempo massimo di concentrazione è di 9 secondi, un secondo in più di un pesce rosso! Per questo cinema e web puntano sull’accelerazione: per sfruttare il tempo che trascorriamo davanti agli schermi e trarne profitto. Ma più le immagini sono veloci e meno ricordiamo. Ciò inoltre provoca gravi problemi individuali, in particolare problemi dell’attenzione e psicologici, ma anche collettivi: di isolamento sociale.

L’economia dell’attenzione non è un’invenzione dei giganti del Web. Prima che arrivasse Google, si cercava di (in)trattenere le persone di fronte alla tv il più possibile per vendere loro i prodotti che venivano pubblicizzati. Al tempo del digitale, invece, è tutto più semplice, illimitato, perché siamo tutti permanentemente connessi. Ed è tutto molto più preciso, perché senza neanche rendercene conto,click dopo click,rilasciamo nostri dati,i nostri gusti personali,dando loro la possibilità di bersagliarci con contenuti simili.

Il nostro cellulare è attivo 24 ore su 24, il suo scopo è riuscire a catturare la nostra attenzione, anche quando siamo impegnati in altre attività. Mentre stiamo studiando, lavorando o semplicemente stiamo socializzando con qualcuno, lui è sempre accanto a noi: ce l’abbiamo tra le mani, in tasca o appoggiato sul tavolo. Persino mentre dormiamo, lui non è mai troppo lontano dal cuscino, e rimane in standby pronto a riaccendersi nel cuore della notte, per farci controllare l’arrivo di nuove notifiche. Non c’è da stupirsi allora che la nuova malattia di questi anni sia la nomofobia, ovvero la paura di rimanere senza collegamento mobile, fuori dalla cerchia dei social network,fuori dalla rete. Secondo un recente studio sono nomofobiche 4 donne su 5 (pare che questa fobia colpisca di più il mondo femminile).

Un altro problema che si manifesta quotidianamente è il bisogno di esporre ogni momento della propria esistenza sui social, ma al contempo l’ansia con cui ci si chiede: quanti like avrò? E quante condivisioni?

Il timore è dunque quello di sparire e di essere dimenticati dalla “comunità digitale”.

Alla luce di tutto ciò, bisognerebbe rivedere le modalità e i tempi del consumo di social e altre piattaforme. Ad esempio cominciando ad informare le persone sulla necessità di un’autoregolazione dell’uso digitale. E poi avviare un cambiamento economico, senza necessariamente abbandonare Internet o fuggire dai social. Perché le cause di queste patologie non provengono dalle tecnologie in se per se, ma sono il risultato del modello economico di alcune piattaforme digitali.

Se insomma Facebook, Twitter, Youtube trovassero nuovi modi di finanziamento, per esempio attraverso la sottoscrizione di un abbonamento da parte degli utenti, non cercherebbero di catturare ogni secondo della nostra attenzione, perché la loro sopravvivenza non dipenderebbe più dal nostro tempo, ma dal nostro portafoglio. Il problema, oggi, è invece che il successo di molte applicazioni digitali dipende dal tempo che noi gli dedichiamo.

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