Come dinamite in una polveriera

Qasem Soleimani è stato un generale iraniano, considerato un pericolo non solo dalle altre nazioni ma in particolar modo proprio dall’Iran, in quanto da anni sosteneva il suo programma nucleare, consolidava l’influenza della capitale iraniana Teheran sull’Iraq e finanziava e armava la Hezbollah libanese, un’organizzazione sciita del Libano che, proprio grazie al supporto iraniano, è cresciuta nel corso degli anni a tal punto da essere considerata un esercito più potente di quello regolare libanese.

Nonostante ciò, Soleimani ha coordinato le proprie milizie in difesa degli sciiti dagli attacchi dell’Isis, tanto che il 3 gennaio 2020, quando il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, in risposta all’attacco all’ambasciata statunitense a Baghdad del 31 dicembre 2019, ha ordinato la sua uccisione tramite un attacco con drone statunitense sull’aeroporto internazionale di Baghdad, in Iraq, il popolo sciita ne è rimasto profondamente addolorato.

Ciò che avrebbe potuto risparmiare la vita a Soleimani sarebbe stata la consultazione da parte di Donald Trump dei presidenti delle due Camere. Uccidere Soleimani, ha commentato l’ex vicepresidente e candidato democratico Joe Biden, è stato «come buttare un candelotto di dinamite in una polveriera».

Se dovesse esserci questo conflitto, l’Italia sarebbe coinvolta?

L’italia ha il dovere di appoggiare l’America in quanto debitrice con essa, ma è anche vero che quando si tratta di un conflitto che coinvolge quest’area particolarmente ricca di risorse petrolifere e minerarie, tutte le nazioni ne vogliono far parte perchè, in caso di vittoria, parteciperebbero alla spartizione di queste risorse. Dunque l’Italia ha mandato dei soldati in queste aree conflittuali che però si occupano solamente di trasporti, immagazzinamento, distribuzione merci ed eventuali comunicazioni, perchè in base all’articolo 11 della Costituzione Italiana “l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.

Dunque, ci sarà una “Terza Guerra Mondiale”?

Partiamo subito col dire che parlare di “Terza Guerra Mondiale” rappresenta un’ imprecisione in quanto per Guerra mondiale s’intende un conflitto in cui sono coinvolti militarmente più Paesi. In questo caso invece, se dovesse realmente scoppiare un conflitto, non ci sarebbero più fronti di combattimento, ma si combatterebbe solo nell’area iraniana.

Detto ciò, bisogna dire che inizialmente,prima dell’uccisione di Soleimani, questa specie di Guerra fredda del Golfo non era conflittuale per due motivi: Trump non avrebbe mai fatto un’altra guerra in Medio Oriente, in particolar modo nel periodo elettorale;e poi, l’economia iraniana, in grave crisi ,non avrebbe potuto sostenere un conflitto. La tensione tra Usa e Iran era paragonabile alla definizione che il grande filosofo Raymond Aron aveva dato di Stati Uniti e Unione Sovietica ai tempi della Guerra fredda originale: «La pace è impossibile, la guerra improbabile».

Invece all’improvviso Donald Trump ordina di eliminare l’obiettivo iraniano più rilevante. Se sia stata una strategia o una provocazione, questo non possiamo saperlo; sappiamo soltanto che ciò potrebbe determinare un attacco da parte dell’ Iran ad Israele oppure alle basi americane nella regione. La vendetta di Teheran potrebbe avvenire nello stretto dal quale passano 22,5 milioni di barili di petrolio al giorno, il 24% della produzione quotidiana mondiale. O con la ripresa del programma nucleare.  Gli americani potrebbero invece compiere bombardamenti in territorio iraniano, magari occupando qualche area strategica come le zone petrolifere. Ma i due principali elementi che impedivano la guerra prima, rimangono anche dopo la morte di Soleimani: Trump non vuole combattere quando ci sono le elezioni, l’Iran non è pronta economicamente.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *