10 Febbraio 2020: 15esimo Giorno del Ricordo

Lo scopo del Giorno del ricordo è quello di conservare e rinnovare “la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo degli istriani, dei fiumani e dei dalmati italiani dalle loro terre durante la seconda guerra mondiale e nell’immediato secondo dopoguerra,e della più complessa vicenda del confine orientale”.Solo nel 2004 il Parlamento italiano approvò la «legge Menia» con la quale si istituiva il Giorno del Ricordo da celebrarsi appunto il 10 febbraio, giorno in cui furono firmati i trattati di pace di Parigi, che misero fine alle stragi delle foibe.

Risultato immagini per giorno del ricordo

Tutto accadde perchè durante la II Guerra mondiale, dopo l’armistizio di Cassibile dell’8 settembre 1943, con il quale l’Italia cessò le ostilità verso gli eserciti Alleati, accadde che in Istria e Dalmazia il Governo italiano smise di esistere. Cominciò così una lunga serie di violenze contro la popolazione italiana residente in quei territori.

La ragione di queste violenze era causata dal fatto che i partigiani iugoslavi vollero vendicarsi contro i fascisti.

Poichè nell’immediato dopoguerra il caos regnò sovrano, e soprattutto perché la paura che il Fascismo potesse tornare fece sì che gli scempi perpetrati dalla parte politica opposta, fossero insabbiati e lasciati cadere nel dimenticatoio; il tutto giustificato da un sentimento antifascista che in alcuni casi divenne però odio e violenza esattamente come quelli messi in atto dalle camicie nere.

Infatti, dalla fine della I Guerra mondiale fino all’armistizio della II Guerra gli italiani avevano amministrato duramente quelle zone. A queste persone venne imposta un’italianizzazione forzata e con i metodi violenti. Nel 1945 l’esercito iugoslavo occupò la città di Trieste per riprendersi i territori che, dopo la sconfitta dell’Impero austro-ungarico alla fine della I Guerra mondiale, le furono sottratti.

In appena due mesi gli italiani che vivevano in Istria, in Dalmazia e nella città di Fiume furono costretti ad abbandonare tutto e a fuggire in Italia. Chi non lo fece abbastanza in fretta venne ucciso  e gettato nelle fosse delle foibe o

deportati nei campi di concentramento in Slovenia e in Croazia.

Le foibe sono concretamente delle cavità naturali presenti sul Carso. Il nome deriva da un termine   giuliano, che a sua volta deriva dal latino fovea, ovvero fossa o cava. Durante la Seconda guerra mondiale e nell’immediato dopoguerra, le foibe divennero teatro di vere e proprie esecuzioni di massa, quando i partigiani comunisti del maresciallo Tito vi gettarono migliaia di persone, colpevoli ai loro occhi di un grave reato: essere italiani, fascisti e contrari al regime comunista.

Le uccisioni avvenivano in maniera spaventosamente crudele. I condannati venivano legati l’un l’altro con un lungo fil di ferro stretto ai polsi, e schierati sugli argini delle foibe. Quindi si apriva il fuoco trapassando, a raffiche di mitra, non tutto il gr

uppo, ma soltanto i primi tre o quattro della catena, i quali, precipitando nell’abisso, morti o gravemente feriti, trascinavano con sé gli altri sventurati, condannati così a sopravvivere per giorni sui fondali delle voragini, sui cadaveri dei loro compagni, tra sofferenze inimmaginabili.

Ancora oggi non si sa con precisione quante furono le vittime delle foibe: le fonti indicano numeri diversi, tra queste vi è la lista presentata dal Alcide De Gasperi agli Alleati, una lista di nomi di 2.500 deportati dalle truppe jugoslave nella Venezia Giulia  ed indicò che fossero almeno 7.500 il numero degli scomparsi.In realtà, il numero degli infoibati e dei massacrati nei lager di Tito fu ben superiore a quello temuto da De Gasperi. Le uccisioni di italiani – nel periodo tra il 1943 e il 1947 – furono almeno 20mila; gli esuli italiani costretti a lasciare le loro case almeno 250mila.

 

Nella seguente poesia, “Esuli”, Lina Galli, poetessa ermetica originaria di Parenzo, racconta il dramma dell’esodo giuliano-dalmata:

 

Esuli

A bordo della nave, staccati da Pol

pensavano con ansia alle città

che li aspettavano.

Strappati alla loro terra

che sfilava con le coste bellissime

verso un domani ignoto.

E a Venezia una turba li accoglie

 

con grida ostili e rifiuta loro il cibo;

e a Bologna il treno non può fermarsi,

causa la folla nemica.

I bambini guardano intorno smarriti.

I genitori non hanno più niente da dare a loro.

II domani è un incubo.

Non li sentono fratelli gli Italiani,

una gente da rigettare, esuli.

Essi guardano tutto in silenzio

con gli occhi dilatati

dove le lagrime stanno ferme.

Il dolore di avere tutto perduto

si accresce di questo nuovo dolore.

Mariagata Spadola e Giulia Dimartino

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