La scoperta del più antico reperto chirurgico, il papiro Smith

Correva l’anno 1862, un certo Edwin Smith, un uomo appassionato di egittologia nonché collezionista d’arte, si ritrovò davanti ad una bottega dell’usato, gestita da un rigattiere tale Mustafà Aga. Siamo a Luxor, una città situata sulla riva est del Nilo, nel sud dell’Egitto.            Smith, scrutando gli articoli vide un papiro.

                                                                                                                                                                                          Edwin non ne comprese subito la straordinaria importanza però, interessato da questo inconsueto articolo, decise di acquistarlo. Questo acquisto poteva significare per Smith un ottimo affare, magari un papiro che avrebbe decifrato e dal quale avrebbe ricavato alcune informazioni sull’ enigmatica civiltà sviluppatasi lungo le rive del Nilo. 

 

 

 

 

Seppur non riuscì mai a tradurlo a causa della pessima conoscenza della lingua ieratica (forma di corsivo usata dagli scribi nell’Antico Egitto), Smith, desiderando tenere la straordinaria scoperta solo per sé, non ne rivelò l’esistenza ad anima viva.

 

 

Dunque solo nel 1906 la figlia, avendolo ereditato in seguito alla morte del padre scelse di donarlo alla New-York Historical Society, museo e biblioteca di storia americana. Fu proprio all’angolo tra la 77th Street e Central Park West che si rese nota l’esistenza di uno dei più antichi testi medici. La sua prima traduzione avvenne poi nel 1930 come risultato di una collaborazione tra il professore James Henry Breasted ed il Dr. Arno Luckhardt.  Il referto datato al 1500 a.C descrive osservazioni anatomiche delineando meningi, suture craniche, fluido cerebrospinale e pulsazioni intracraniche come anche dettagli anatomici su cuore, reni, tendini, vasi sanguigni e fegato.                                        E’ notevole il contenuto, in quanto differisce dal resto della letteratura egizia: è composto da 17 colonne, che raccolgono parti di un trattato chirurgico: vengono riportati ben 48 casi dove ritroviamo traumi cranici, ferite all’addome e alla spina dorsale, ogni caso è inoltre classificato da una delle tre prognosi: favorevole, riservata o infausta. Per favorevole si intende “un male che curerò”,  riservata “un male che combatterò”,  infausta ”un male che non può essere curato”. Curioso è però il fatto che il papiro non citasse incantesimi in quanto la medicina egizia si basava anche su riti e uso di amuleti. Oggi il papiro è custodito alla New York Academy of Medicine che salvaguardia il patrimonio della medicina per informare il futuro della salute.

 

 

 

 

Il papiro ha una lunghezza di 4,68 m: inizialmente doveva essere lungo 5 m perché la prima colonna è andata perduta ma salvo questo, il papiro è giunto intatto.

 

 

 

Nonostante ne sia stato decifrato il contenuto e sia stato collocato in un’epoca storica precisa ci si chiede chi sia stato l’autore. Taluni pensano che, a scrivere il trattato, sia stato Imhotep, ritenuto fondatore della medicina egizia. Si evidenzia però dagli storici che più autori abbiano ampliato il contenuto nel corso degli anni aggiungendo, di volta in volta, trattamenti e note.

In caso volessi vedere il papiro, eccoti qui un link che ti permetterà di sfogliare le pagine!                                                            https://wayback.archive-it.org/7867/20190220143708/https://ceb.nlm.nih.gov/proj/ttp/smith_home.html

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